 | | Edvige Giunta |
Incontro con Edvige Giunta, doppia cittadinanza, che vive ai confini culturali fra la Sicilia e l’America. Sospesa nello spazio fra l’andata e il ritorno, mai dell’arrivo, è nata a Gela e oggi vive e lavora negli Stati Uniti, alla New Jersey City University, dove insegna Letteratura e cultura italo americane, Memoir e scrittura creativa. Nella sua voce risuona l’accento italiano e nei suoi saggi la sfida a rompere il silenzio del mancato riconoscimento alle autrici italo americane.
Da quando mi sono trasferita al Nord e nel mio piccolo anch’io sono diventata un'emigrata, mi sto interessando al fenomeno dell'emigrazione. Leggendo di queste tematiche, mi sono imbattuta nel suo nome e il suo impegno a conoscere e comprendere il mondo delle donne, soprattutto di quelle andate altrove, ricche di ricordi e di vita. Spesso dimenticate. Dare spazio agli intellettuali (uomini o donne che siano) di origine siciliana, che per un motivo o per un altro sono andati via e che fuori hanno trovato una dimensione nuova, in cui comunque si può riconoscere l'origine, credo sia il minimo riconoscimento che da siciliana posso dargli. Ed ecco il risultato di questo interessante faccia a faccia con la prof. Giunta
“Le storie delle "Siciliane in esilio" (come dice Maria Rosa Cutrufelli), mi affascinano, per tanti motivi; anche quelle degli uomini, ma come lei avrà visto, nella mia scrittura sono le donne che mi incuriosiscono di piu'. Infatti sto lavorando a una raccolta di saggi sui miei incontri con queste donne. Sarò ben felice di iniziare una conversazione con lei e di darle, se le occorrono, qualsiasi tipo di riferimento, da nomi di altri "esiliati" a riferimenti bibliografici”.
- Sono veramente contenta di avere una buona base di partenza. Lei ha scritto diversi saggi ed è attivamente impegnata nel mondo accademico a favore della letteratura delle donne “esiliate”. Cosa significa essere esiliata? E lei lo è? oppure sta un pò di qua e un pò di là (metaforicamente parlando)? Fra una terra e un'altra?
“Si, io per certi versi mi sento un’esule volontaria. Sai, io ho studiato Joyce, che se ne andò dall’Irlanda, e poi scrisse sempre dell’Irlanda. Lo stesso per me con la Sicilia. Per me la Sicilia non e’ ricordo distante o nostalgico - e’ carne viva. E la distanza e’ un rapporto sofferto, anche se crea delle grosse aperture creative.
Ho 50 anni e ho vissuto 25 in Italia e 25 in America .
Il ritorno per me e’ una necessità, ma si ritorna non solo geograficamente. Si ritorna anche nel proprio giornaliero a migliaia di chilometri dalla realtà geografica. Quindi io mi sento di esistere nello spazio tra Sicilia e America , nello spazio della partenza e del ritorno - mai dell’arrivo”.
- "Esistere nello spazio tra": una condizione particolare.
Mi viene in mente l'idea del filo su cui si muove il funambolo e allora si fa di tutto per mantenere un equilibrio. E' una condizione scomoda.
E' anche l'immagine di un ponte che si può attraversare andando una volta di qua e una volta di là. In questo caso le prospettive a disposizione si amplificano.
Mi chiedo se si può fare a meno di stare "fra", cioè se si può ad un certo punto decidere di stare solo da una parte, di non sentirsi esiliati. Nel tuo caso, mi sembra, sia diventata una scelta, una opportunità.
“Si, e' una posizione scomoda, ma come dico spesso ai miei studenti, dalle situazioni scomode si impara, o perlomeno si può imparare e creare - e si può conoscere se stessi con un'autoconsapevolezza maggiore. E' uno stato di viaggio perenne, di equilibri che si possono trovare solo nella consapevalezza della perdita, equilibri di momenti- mi piace l'immagine del funambolo. E' una ricerca di destrezza, che per me si attualizza nel linguaggio--il mio primo libro non a caso si intitola "Scrivere con l'accento".”
- Ho letto con piacere "Le mura di Gela" e non ti nascondo che mi sono coinvolta molto ritrovando nelle tue personalissime memorie una parte della mia storia familiare e il mio sentirmi accettata ed estranea allo stesso tempo in una situazione in cui, "quando sono nata, la gerarchia era già stabilita".
- Tranne il caso di una coincidenza, forse ciò che si rintraccia nelle memorie di un'altra persona è la cultura di un popolo, che inevitabilmente ci avvolge senza che lo vogliamo. Scrivere di sè, il memoir, a quale esigenza creativa risponde per l'autore? Ritrovare sè stesso? E che valore comunicativo può assumere per chi legge?
“Per me il memoir e' testimonianza, racconto dove il personale e il collettivo si incontrano, tributo e critica, ricordo e speranza. La scrittura del memoir e' una maniera di raccontarsi e raccontarci. E' incontro con l'altro, col diverso che esiste dentro di noi. E' emerso per me dall'insegnamento del memoir a studenti poveri, emigrati di prima generazione, raccontatori di storie straordinarie. Mi piacerebbe parlarne a lungo.”
- Nei tuoi scritti ricorre l'espressione "italo americano" usata come un unico termine, sebbene siano due parole fra le quali c'è un chiaro spazio. E' un caso? Perchè non usare "italo-americano", dove il trattino svolge, come è usuale, la funzione di unire e allo stesso tempo distinguere, comunque di mettere in relazione? oppure usare "italoamericano", tutto unito, che suggerisce l'idea di un significato più stabile e definito? Non è che abbia il gusto della "pillicuseria", come si dice in Sicilia, cioè spaccare il pelo in quattro, ma mi piacerebbe capire se è importante definire un'identità al fine di sottrarsi alla probabilità che siano altri, in un'operazione di semplificazione fuorviante, a precisarla, a riempirla di nozioni che forse non sono quelle che le appartengono, riducendo una complessità dentro lo spazio di un'etichetta.
Le etichette ingabbiano e mettono ai margini, in luoghi stretti e lontani, da cui è difficile sentire una voce, restando perciò luoghi silenti. Discende da ciò, se ho ben capito, il mancato riconoscimento nel passato delle autrici italo americane, forse lo stesso silenzio che avvolge chi si è lasciato invece assimilare in luoghi più spaziosi e dispersivi della letteratura. Nella lingua, l'accento è rivelatore di una condizione d'essere, di una provenienza, di un'appartenenza che sia geografica, di classe o culturale. Quanto un accento aumenta l'altezza della voce, ossia ricopre una funzione distintiva? Può quindi essere consapevolmente usato per amplificare? Per farsi ascoltare?
“Nei circoli italo americani ci sono state molte discussioni su quale termine usare; American Italian (un vecchio termine che sopravvive nel nome di un'Associazione creata da storici), Italian/American (Anthony Tamburri). Io preferisco Italian American senza trattino, mi piace lo spazio, il vuoto, la separazione perchè e' proprio quello spazio "tra" in between che mi interessa - il gap, la differenza, l'altro, nesso e separazione.
Ieri allo studio yoga una delle partecipanti dopo la sessione mi chiede, "e questo bell’accento di dov'e'? Certo non del New Jersey...." Orgoglio e vergogna, mostrare e celare, manifestare e reprimere, respingere ed assimilare-due facce della stessa moneta...”
- Ho notato che in "Scrivere con un accento" affermi: "Un ibrido, un abitante di confini culturali, io sono una di quelle che si sente a casa ed in esilio su entrambi i lati del confine. Quando torno in Italia, provo un sentimento di familiarità e di straniamento nei confronti dei luoghi e delle persone". Questa affermazione mi ha fatto venire in mente che "Nelle mura di Gela" hai scritto: "Fa parte della famiglia e nello stesso tempo è un’estranea, e così pure io e i miei fratelli: «Vi voglio bene perché siete sangue del mio sangue», ci diceva mia nonna con orgoglio, lasciandomi perplessa, confusa da quello che appariva un accettarmi e respingermi allo stesso tempo. Poteva dimenticare che eravamo anche figli di mia madre?
“Affascinante la connection che trovi tra i due passi, uno del libro di critica, l'altro di memoir. Non ci avevo mai pensato e mi dà qualcosa su cui riflettere, l'origine dell'essere estraneo, straniero, esule, il connubio di appartenenza ed esclusione.”
- In "Figlie di Persefone" ho apprezzato il riferimento al fatto che le donne italo americane, per lo più di origine siciliana, diventano scrittrici, non attingendo nel vuoto, bensì ad un passato culturale ricco come quello dell'eredità che i greci hanno lasciato in Sicilia. Si tratta di un passato comune, sia a chi resta che a chi va, ed è purtroppo oggi ignorato o non apprezzato qua come al di là dell'oceano. Comunicare fra Italia e America, parlando e scrivendo con l'accento, lo stesso accento, può attenuare il senso della perdita? Ci sono stati tentativi di congiunzione in tal senso?
“L'accento e' una presenza e un'assenza, una traccia affettiva, un nesso tra due linguaggi e due identità. Quando parli di congiunzione ti riferisci a me o alle scrittrici? In entrambi i casi, la risposta e' si, sia da un punto di vista di eventi culturali che di pubblicazioni (volumi di leggendaria e tuttestorie). Questa e' una tematica ampia che possiamo approfondire.”
- Il mito di Demetra e Persefone riporta alla mente i temi della violenza, della separazione, ma anche della trasformazione. Persefone sceglie in qualche modo di mangiare i semi di melograno (simbolo di fertilità) che le consentono di tornare alla madre, non la liberano da Ade. La sua nuova condizione è vissuta fra l'andare e il tornare, senza mai arrivare. Ci risiamo).
E' in questo spazio che il melograno dà frutti. Le scrittrici Italo americane di cui tu scrivi hanno consapevolezza della loro creatività?
“Si, e' una consapevolezza vista come ricerca e viaggio continuo, un andirivieni tra passato e presente, fra America e Italia, tra domesticita' e scrittura. C'e un documentario molto bello di Mariarosy Calleri, una delle registe di cui mi occupo, Hidden Island, L’isola sommersa che rende in maniera molto bella questa tematica.”
- Questa nostra conversazione è stata per me preziosissima e voglio pensare che sia l'inizio di un approfondimento per dare voce alle autrici italo americane che possiamo sviluppare col tempo, anzi colgo con piacere la disponibilità che mi hai offerto fin dall’inizio della nostra conversazione a fornirmi eventualmente gli indirizzi attraverso cui posso conoscere altre "voci con degli accenti". Che ne pensi? Ti va?
“Senz’altro. Mi interessa molto aiutare a creare dei ponti, dei punti d’incontro tra l’ Italia e l’Italia americana, soprattutto tra le donne. Io faccio parte di un gruppo di autrici (ma anche autori) che vanno avanti e indietro, letteralmente e simbolicamente, donne (ma anche uomini) che sono emigrate da adulte, molte delle quali fanno parte del fenomeno dell’emigrazione intellettuale degli anni ottanta, come Tiziana Rinaldi, Luisa Pretolani, Graziella Parati. Ci sono poi quelle che sono tornate - anche se secondo me non si puo’ mai tornare completamente, come non si può andarsene del tutto. Caterina Romeo, Giuliana Miuccio, la stessa Mariarosy Calleri (tutte e tre a Roma guarda caso). Ma poi ci sono le figlie degli emigrati che elaborano storie di partenze e arrivi, di ritorni desiderati e temuti: Helen Barolini, innanzitutto, Tina De Rosa, Louise DeSalvo, Kym Raguso, Adria Bernardi, B. Amore, Maria Mazziotti Gillan....La lista e’ lunghissima. Anch’io ho una figlia - e un figlio - e vedo come il viaggiare, il rapporto con la casa, con la Sicilia, con l’oscillare tra partenza e arrivo — la storia di Persefone — ha sempre suscitato un gran fascino per lei, ma in maniera diversa che da me perchè lei, alla fin fine, e’ nata qui, a Miami, la sua partenza iniziale dall’Italia e’ mediata, indiretta, ma non meno complessa e profonda. E questa complessità e profondità io ho imparato a riconoscerla attraverso le voci e le immagini create dalle donne italo americane.”
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Marisa Pietraperzia |
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